8 Agosto 2003

Porta il cambio su "drive", frena dolcemente alla fine della discesa, metti la freccia, e sei su El Cajon Boulevard. Il traffico del mattino è fluido, e sei abbastanza in periferia da non doverti preoccupare di ingorghi a sorpresa.
Quattro semafori e puoi girare a destra, su College Avenue che presto diventerà la Interstate 8. Prendila verso ovest, l'immissione è a 25 miglia all'ora di limite, ma poi il flusso ininterrotto di veicoli sulle sei corsie di ogni senso di marcia ti costringe ad accelerare solo per avere il diritto di esistere.
Il panorama è asfaltato ma variopinto: grandi alberghi, centri commerciali, rivendite di automobili, tutti dotati di cartellonistica stile Las Vegas. Il sole è implacabile, soprattutto di pomeriggio, ma il condizionatore della tua Dodge Neon tiene a bada la calura. Gran parte del traffico sciama via dalla tua rotta all'intersezione con la I-5, soprattutto verso Nord, verso Los Angeles.

   

Bisogna stare attenti, qui è permesso sorpassare a destra, e l'ultima corsia di destra diventa automaticamente l'uscita. Ad ogni uscita che passi devi slittare di una corsia verso sinistra. La radio è accesa e sintonizzata su San Diego Star One Hundred Point Seven. Sembra che diano sempre le stesse cinque canzoni, ma per fortuna sono canzoni che ti piacciono. Una in particolare, che non conosci, ha un ritmo stupendo, stradaiolo, con parole rappeggiate e un fraseggio di chitarra che ricorda un po' dei giovani Counting Crows molto ispirati. Easy listening, ma sulla highway ci sta tutto.
Attento. Devi prendere la 163 South, direzione centro città. Schivi tutte le uscite, perfino quella gettonatissima di Washington Street che va all'aeroporto, e improvvisamente l'autostrada è in mezzo agli alberi, sembra di star tagliando per la foresta amazzonica. E' Balboa Park che sconfina fino ad accavallarsi con le rotte degli automobilisti, ed è anche il segnale che ci siamo quasi. Le strade cominciano ad avere numeri anziché nomi, e tu vuoi trovare la Quinta, quella che porta dritta dritta ad Horton Plaza, regalandoti lungo il tragitto alcuni ristornati memorabili (e un inquietante negozio di parrucche che non puoi non notare, dato che sorge all'incrocio con il semaforo dal rosso più luuuuuungo che tu abbia mai attraversato). Se guardi a sinistra, il centro, il Gaslamp District, la città vecchia e i divertimenti di San Diego. Se guardi a destra prima di incontrare l'Oceano c'è il Convention Center. E' un bell'edificio, ma non si direbbe sufficiente a giustificare un viaggio fino a qui. Eppure…

Hai passato una settimana molto piacevole. Hai preso il sole a Coronado, hai fotografato i gabbiani a La Jolla, dove viveva Chandler, il tuo scrittore hard-boiled preferito. Hai mangiato scampi e pesce spada a Point Loma, ridendo dei ricchi vegliardi che andavano a vedere il concerto di Harry Belafonte al ristorante più figo della baia. Hai passato un giorno allo zoo, ti sei scottato la pelle del cranio e hai riso come un matto. Hai guidato per quattrocentocinquanta miglia di highway dopo aver volato per sedici ore. Hai mangiato una quantità immane di Milky Way al cioccolato fondente, praticamente il tuo Santo Graal.
E adesso viene il bello.
Adesso inizia la Comicon International, la più grande fiera del tuo settore, del tuo business. Adesso inizia l'unico evento dove dire che il tuo business è il FUMETTO non fa ridere: qui è una cosa seria.
Già l'accredito, il ricevere il pass che dice "Professionista" (e qui verificano che tu lo sia davvero!) ti ha emozionato. Ma entrare nella hall composta da ben sette padiglioni, praticamente una sola sala di trecento metri per un chilometro e mezzo, ti toglie il fiato.
Ci sono tutti (eccetto Marvel, per il secondo anno consecutivo). Piccoli editori, enormi realtà commerciali, persone i cui nomi hai solo letto nel box dei credits dei loro fumetti e persone con cui hai da tempo un rapporto epistolare. Per due giorni vivi una esaltante, estraniante esperienza di familiarità-distanza: stringi calorosamente la mano a persone che sanno o non sanno di essere tradotte da te in Italia. Incontri finalmente persone che erompono in un sonoro ed affettuoso "ecco che aspetto hai!". Vedi l'amore profuso da ogni autore nel proprio lavoro: i piccoli come Jeff Parker, che devono promuovere un solo volume, te li immagini sempre al loro stand a vendere come disperati, ma quando vedi che perfino il pregiatissimo ed amatissimo Brian Michael Bendis non si schioda dal suo tavolo, e disegna, firma, sorride, si fa fotografare, capisci perché il fumetto in America è una cosa così diversa. Magari poco letta come da noi, ma più sentita, più vissuta.
La gente in costume è piuttosto imbarazzante: sono mediamente piuttosto grassi, e i costumi sono mediamente piuttosto attillati. L'effetto risultante non è piacevole a vedersi.
Il primo giorno, dopo un pranzo d'affari con i ragazzi dell'Image e molti incontri desiderati o insperati (chi l'avrebbe detto che avrei incontrato l'autore del più bel romanzo che abbia letto l'anno scorso, il Michael Chabon delle "Fantastiche Avventure di Kavalier e Clay"?), dopo essere quasi svenuto quando Stan Lee mi è passato accanto… questo memorabile primo giorno si conclude con un incontro a lungo desiderato, quello con i miei eroi d'oltralpe, i fumettisti più eleganti, spontanei e simpatici che io abbia mai incontrato su una pagina stampata. Quasi ignorati dal pubblico della Comicon, ma ospiti d'onore della manifestazione, Philippe Dupuy e Charles Berberian incontrano il pubblico in una conferenza dove tutti i circa 20 convenuti fanno sempre nuove versioni della stessa domanda, ma ci sarà il tempo per fare amicizia e darsi appuntamento per il mese successivo a Parigi (dove sto andando mentre scrivo queste righe).
Il secondo giorno vola in un turbine, tra la corsa a perdifiato per far vedere i portfolio alla CrossGen (che aveva probabilmente il più grosso stand della fiera, almeno 30 metri per 30), altri appuntamenti a lungo attesi e programmati, e l'acquisto di un numero di fumetti sufficiente a rendere i miei bagagli inamovibili dal pavimento della mia stanza d'albergo.
La stanchezza gioiosa ed ebbra causata dalle emozioni mi impedisce di mettere il vestito elegante che avevo portato in valigia e di presenziare alla cerimonia dei premi Eisner, dove però il mio nuovo amico Mike Kunkel verrà premiato per la sua bellissima fiaba "Herobear and the Kid", e il mattino seguente lascio per l'ultima volta El Cajon Boulevard, ma questa volta esco a Washington Street e punto verso l'aeroporto di Lindbergh field, molti ricordi nelle tasche, nella mente e nelle orecchie. La sfuggente canzone misteriosa l'ho trovata, alla fine, è di un giovane che si chiama Jason Mraz, me l'ha detto la cameriera di un locale dove le familiari note che andavo inseguendo da tempo mi hanno sorpreso mentre mi grigliavo da solo una bistecca… "If you gots the poison, I gots the remedy", dice il ritornello. Se tu hai il veleno, io ho l'antidoto.
Partito con la mezza idea di cambiare mestiere, rincuorato da ciò che ho visto, da chi ho incontrato, dalle idee che mi sono venute e dagli affari che ho fatto, posso dire senza esitazione che San Diego è stata l'antidoto al mio veleno.




   

22giugno- 19 maggio - 9 giugno