Bisogna
stare attenti, qui è permesso sorpassare a destra, e l'ultima
corsia di destra diventa automaticamente l'uscita. Ad ogni uscita che
passi devi slittare di una corsia verso sinistra. La radio è
accesa e sintonizzata su San Diego Star One Hundred Point Seven. Sembra
che diano sempre le stesse cinque canzoni, ma per fortuna sono canzoni
che ti piacciono. Una in particolare, che non conosci, ha un ritmo stupendo,
stradaiolo, con parole rappeggiate e un fraseggio di chitarra che ricorda
un po' dei giovani Counting Crows molto ispirati. Easy listening, ma
sulla highway ci sta tutto.
Attento. Devi prendere la 163 South, direzione centro città.
Schivi tutte le uscite, perfino quella gettonatissima di Washington
Street che va all'aeroporto, e improvvisamente l'autostrada è
in mezzo agli alberi, sembra di star tagliando per la foresta amazzonica.
E' Balboa Park che sconfina fino ad accavallarsi con le rotte degli
automobilisti, ed è anche il segnale che ci siamo quasi. Le strade
cominciano ad avere numeri anziché nomi, e tu vuoi trovare la
Quinta, quella che porta dritta dritta ad Horton Plaza, regalandoti
lungo il tragitto alcuni ristornati memorabili (e un inquietante negozio
di parrucche che non puoi non notare, dato che sorge all'incrocio con
il semaforo dal rosso più luuuuuungo che tu abbia mai attraversato).
Se guardi a sinistra, il centro, il Gaslamp District, la città
vecchia e i divertimenti di San Diego. Se guardi a destra prima di incontrare
l'Oceano c'è il Convention Center. E' un bell'edificio,
ma non si direbbe sufficiente a giustificare un viaggio fino a qui.
Eppure
Hai passato
una settimana molto piacevole. Hai preso il sole a Coronado, hai fotografato
i gabbiani a La Jolla, dove viveva Chandler, il tuo scrittore hard-boiled
preferito. Hai mangiato scampi e pesce spada a Point Loma, ridendo dei
ricchi vegliardi che andavano a vedere il concerto di Harry Belafonte
al ristorante più figo della baia. Hai passato un giorno allo
zoo, ti sei scottato la pelle del cranio e hai riso come un matto. Hai
guidato per quattrocentocinquanta miglia di highway dopo aver volato
per sedici ore. Hai mangiato una quantità immane di Milky Way
al cioccolato fondente, praticamente il tuo Santo Graal.
E adesso viene il bello.
Adesso inizia la Comicon International, la più grande
fiera del tuo settore, del tuo business. Adesso inizia l'unico evento
dove dire che il tuo business è il FUMETTO non fa ridere:
qui è una cosa seria.
Già l'accredito, il ricevere il pass che dice "Professionista"
(e qui verificano che tu lo sia davvero!) ti ha emozionato. Ma entrare
nella hall composta da ben sette padiglioni, praticamente una sola sala
di trecento metri per un chilometro e mezzo, ti toglie il fiato.
Ci sono tutti (eccetto Marvel, per il secondo anno consecutivo). Piccoli
editori, enormi realtà commerciali, persone i cui nomi hai solo
letto nel box dei credits dei loro fumetti e persone con cui hai da
tempo un rapporto epistolare. Per due giorni vivi una esaltante, estraniante
esperienza di familiarità-distanza: stringi calorosamente la
mano a persone che sanno o non sanno di essere tradotte da te in Italia.
Incontri finalmente persone che erompono in un sonoro ed affettuoso
"ecco che aspetto hai!". Vedi l'amore profuso da ogni autore
nel proprio lavoro: i piccoli come Jeff Parker, che devono promuovere
un solo volume, te li immagini sempre al loro stand a vendere come disperati,
ma quando vedi che perfino il pregiatissimo ed amatissimo Brian Michael
Bendis non si schioda dal suo tavolo, e disegna, firma, sorride,
si fa fotografare, capisci perché il fumetto in America è
una cosa così diversa. Magari poco letta come da noi, ma più
sentita, più vissuta.
La gente in costume è piuttosto imbarazzante: sono mediamente
piuttosto grassi, e i costumi sono mediamente piuttosto attillati. L'effetto
risultante non è piacevole a vedersi.
Il primo giorno, dopo un pranzo d'affari con i ragazzi dell'Image
e molti incontri desiderati o insperati (chi l'avrebbe detto che avrei
incontrato l'autore del più bel romanzo che abbia letto l'anno
scorso, il Michael Chabon delle "Fantastiche Avventure di
Kavalier e Clay"?), dopo essere quasi svenuto quando Stan Lee
mi è passato accanto
questo memorabile primo giorno si
conclude con un incontro a lungo desiderato, quello con i miei eroi
d'oltralpe, i fumettisti più eleganti, spontanei e simpatici
che io abbia mai incontrato su una pagina stampata. Quasi ignorati dal
pubblico della Comicon, ma ospiti d'onore della manifestazione, Philippe
Dupuy e Charles Berberian incontrano il pubblico in una conferenza
dove tutti i circa 20 convenuti fanno sempre nuove versioni della stessa
domanda, ma ci sarà il tempo per fare amicizia e darsi appuntamento
per il mese successivo a Parigi (dove sto andando mentre scrivo queste
righe).
Il secondo giorno vola in un turbine, tra la corsa a perdifiato per
far vedere i portfolio alla CrossGen (che aveva probabilmente
il più grosso stand della fiera, almeno 30 metri per 30), altri
appuntamenti a lungo attesi e programmati, e l'acquisto di un numero
di fumetti sufficiente a rendere i miei bagagli inamovibili dal pavimento
della mia stanza d'albergo.
La stanchezza gioiosa ed ebbra causata dalle emozioni mi impedisce di
mettere il vestito elegante che avevo portato in valigia e di presenziare
alla cerimonia dei premi Eisner, dove però il mio nuovo amico
Mike Kunkel verrà premiato per la sua bellissima fiaba
"Herobear and the Kid", e il mattino seguente lascio
per l'ultima volta El Cajon Boulevard, ma questa volta esco a Washington
Street e punto verso l'aeroporto di Lindbergh field, molti ricordi nelle
tasche, nella mente e nelle orecchie. La sfuggente canzone misteriosa
l'ho trovata, alla fine, è di un giovane che si chiama Jason
Mraz, me l'ha detto la cameriera di un locale dove le familiari note
che andavo inseguendo da tempo mi hanno sorpreso mentre mi grigliavo
da solo una bistecca
"If you gots the poison, I gots the
remedy", dice il ritornello. Se tu hai il veleno, io ho l'antidoto.
Partito con la mezza idea di cambiare mestiere, rincuorato da ciò
che ho visto, da chi ho incontrato, dalle idee che mi sono venute e
dagli affari che ho fatto, posso dire senza esitazione che San Diego
è stata l'antidoto al mio veleno.